L’ACQUA “ORO BIANCO” DELLA CIOCIARIA 

 Intervento di Eugenio Maria Beranger a Veroli nel 2014

Ho voluto ricordare l’amico Eugenio Maria Beranger attraverso l’intervento che fece al Premio Letterario 2014, organizzato dal Comitato Veroli Alta, tenutosi nella Rocca di San Leucio a Veroli, il 24 aprile 2014. Un convegno incentrato sull’importanza dell’acqua nella storia dell’uomo, come elemento vitale ma anche come questo elemento leghi tanti comuni della provincia di Frosinone. Le sue parole testimoniano, ancora una volta, la sua sensibilità e impegno verso i temi ambientali e soprattutto sull’acqua un bene da tutelare sotto il profilo ecologico per il futuro dell’umanità. Questo intervento è stato preparato durante la sua permanenza nella mia abitazione presso la frazione di Santa Francesca di Veroli. Achille Lamesi Nella foto in alto con l’amico Eugenio Beranger Sua Eccellenza Prefetto Emerito, Signor Sindaco, gentili signore e cari amici qui convenuti, desidero in primis ringraziare gli organizzatori di questo Premio Letterario per avermi, cortesemente, invitato a prendere la parola e colgo l’occasione per congratularmi con loro per il tema prescelto: l’acqua con le sue mille sfaccettature […]. L’acqua costituisce, ma è opportuno ribadirlo, un bene prezioso, unico, insostituibile che non può essere sottoposto all’indiscriminato saccheggio attuale o, specie nella nostra Penisola, sprecato a partire dagli ambienti domestici, per passare ai prelievi per fini agricoli ed industriali ed alla colpevole dispersione che se ne fa di essa lungo le reti idriche spesso obsolete e fatiscenti. L’importanza dell’acqua, non a caso definita oro bianco in contrapposizione al petrolio da sempre denominato oro nero, come bene assoluto ed il suo elevato valore strategico emergerà sempre più nel prossimo futuro […]. Passiamo ora ad alcune considerazioni sul patrimonio idrico dell’attuale Provincia di Frosinone caratterizzato dai seguenti fiumi: Amaseno, Cosa, Fibreno, Gari, Garigliano, Lacerno, Liri, Melfa, Mollarino, Rapido, Sacco ed Ufente che nasce ad Ausonia, quasi al confine con la Provincia di Latina e dai seguenti bacini lacustri: Lago di Canterno, in gran parte artificiale, Lago della Selva o di Cardito, tra i Comuni di Vallerotonda e di San Biagio Saracinisco, di carattere artificiale e formatosi negli anni ’60 del cessato secolo, Lago di Posta Fibreno e Lago di San Giovanni Incarico o di Isoletta, anch’esso artificiale e creato nel 1926 alla confluenza tra il Sacco ed il Liri. Nel passato vi erano anche altri laghi naturali bonificati in epoca più o meno recente: i due bacini di Aquino essiccati dai duchi Boncompagni e quello di Tremoletto nel Comune di Sora bonificato, definitivamente, solo nel secondo dopoguerra. Intorno a queste bellezze naturali, nel corso dei secoli, si sono sviluppati centri abitati ricchi di memorie e testimonianze storiche ed artistiche, delle vere e proprie perle della nostra Regione che attendono ancora di essere individuate, studiate, tutelate ed appositamente valorizzate a fini turistici con conseguente ricaduta economica su tutto il territorio provinciale […]. In tale campo Veroli è all’avanguardia in campo provinciale grazie alla documentatissima monografia del dott. Achille Lamesi – che mi onora della sua quasi ventennale amicizia – grande conoscitore del territorio di questo centro ernico, autore di: Veroli in agro: pozzi, sorgenti, ricoveri agro-pastorali, boscaioli, carbonai, neviere e transumanza, edita nel 2011 per lodevole iniziativa dell’Amministrazione Comunale di Veroli. Si tratta di un esaustivo censimento opportunamente inserito in una seria e vivace ricostruzione della civiltà agro-pastorale che ha contrassegnato la vita di Veroli fino agli anni del boom economico, determinandone gran parte della sua ricchezza. Nell’introduzione al volume il prof. Giuseppe D’Onorio, allora sindaco di Veroli, così affermò “Un’esortazione corre latente tra le righe: ‘Fermiamoci, riprendiamoci il nostro tempo, ascoltiamo il ritmo naturale delle cose, riscopriamo sapori, profumi, non trascuriamo nulla di ciò che ci circonda, ma entriamo nella realtà’” […]. L’acqua è, a mio modesto giudizio, veramente l’oro bianco per Veroli come lo è stato, nel passato, il latte delle vostre madri o nonne, balie a Roma, un po’ in tutta Italia e, in alcuni casi, nel mondo. Si potrebbero confezionare e lanciare in Italia ed in Europa pacchetti di visite guidate alle neviere di Fosso delle Pratelle con degustazione sul posto delle squisite e dissetanti grattachecche condite con la rattafia, agli acquedotti romani di Casamari e delle ville rustiche di San Giuseppe alle Prate e di case Fuglippitto − con la suggestiva canaletta scavata nel calcare locale − ed all’acquedotto realizzato nel 1745 dal cardinale commendatario di Casamari Annibale Albani che garantì, così, il regolare rifornimento idrico alla Comunità monastica, alla visita di alcune fontane monumentali poste nell’immediate vicinanze dell’abitato, prima fra tutte, quella voluta dal cardinale Francesco Quiñones e situata fuori la Porta Romana. Essa è caratterizzata da un lungo ed ampolloso titulus. Ugualmente importante è la visita alla Fonte della Pedicosa, le cui acque erano conosciute già nel 1693 per le loro virtù terapeutiche oppure alla monumentale e possente bellezza del pozzo Sor Andrea, fatto costruire dalla famiglia Antoniani di Veroli, famiglia che andrebbe opportunamente indagata, al complesso di Capodacqua costruito con blocchi in calcare locale che, meravigliosamente, si inserisce nel circostante paesaggio senza minimamente offenderlo o disturbarlo (e quanto i nostri architetti avrebbero da imparare da questi piccoli imprenditori edili o semplici capomastri attivi nel passato a Veroli e nel suo hinterland), alle sorgenti di Vado dell’Acero nella Valle della Femmina Morta − un trionfo ritmico di cascatelle e di suoni prodotti dall’acqua che precipita verso il basso − ed alla fonte di Sant’Angelo posta ai piedi dell’eremo rupestre medioevale di San Michele Arcangelo. Ma parlare di acqua significa anche segnalare manufatti che utilizzano questo prezioso elemento sia per addurlo nelle campagne ed irrigarle, sia per azionare opifici, sia per realizzare bacini per contenere acqua per vari scopi, sia per superare fiumi di piccola e media grandezza. E il pensiero vola subito ai canali di irrigazione scavati nella terra (le forme) o costruiti a circa m 1 di altezza dalla stessa e realizzati, soprattutto a partire dagli anni ’30 del secolo scorso, un po’ dovunque nei terreni alluvionali della Provincia e specialmente nell’Agro Aquinate, nell’Agro Atinate, nell’Agro Cassinate, nell’Agro Pontecorvese e nell’Agro Sorano). Oggi, purtroppo, questi manufatti in cemento sono stati quasi totalmente abbattuti o giacciono nel più completo abbandono a silenziosa testimonianza di un periodo in cui si credeva ancora nella nostra agricoltura e non si soggiaceva ai diktat dell’Europa delle banche e della finanza, di quell’Europa che ha distrutto la nostra millenaria agricoltura privandoci della varietà dei nostri cibi e portandoci, oltre alla massificazione di cervelli, anche a quella di gusti. Non meno il pensiero corre ai rotoni lignei, simbolo per eccellenza di Sora al punto da essere questo manufatto stato prescelto quale emblema della pluridecennale Fiera del capoluogo lirino. Ai rotoni Riccardo Gulia, forse la figura di poeta dialettale sorano più nota, ha dedicato un’interessante poesia dal titolo “Je retone” apparsa per la prima volta nel 1935; lo stesso dicasi dell’erudito lirino Vincenzo Patriarca che, nel 1931, pubblicò la poesia in lingua italiana dal titolo “I rotoni”, in Il mio Liri, Maddaloni 1931. Domenico Biancale ha disegnato un esemplare di rotone dell’Agro Sorano inserito in quarta di copertina nell’edizione di Canceglie del 1935 mentre Francesco Biancale, raffinato poeta sorano vissuto tra il XIX ed il XX sec., così conclude la sua poesia “Je retone”, apparsa nel volume Fiure ‘e jemàta. Impressioni dialettali di vita Sorana, Sora 1925 […]. Come non si possono poi ricordare i molini ad acqua con l’immancabile gora, sempre tenuta pulita e libera da erbe infestanti, che portava l’acqua dal torrente di riferimento all’interno dell’opificio. In gran parte distrutti sono ancora oggi testimoniati dalla toponomastica e dai ruderi ormai sommersi dalla sempre più fitta vegetazione ruderale. Un caso significativo è la Valle dell’Amaseno ernico verso la quale si è rivolta l’attenzione della benemerita Lega Ambiente […]. Legate all’acqua sono anche le cartiere presenti un po’ in tutta la Provincia di Frosinone e specie nel settore regnicolo a causa della ricchezza delle acque e della loro purezza. Dal secolo XVI in poi sono, infatti, attestate ad Aquino, Atina, Broccostella, Ceprano, Fontana Liri, Guarcino, Isola del Liri, Monte San Giovanni Campano, Picinisco, Sant’Elia Fiume Rapido e Sora. E poi non possiamo ricordare i ponti già presenti in età romana ad Arpino, Casalvieri, Roccasecca, Sora (in numero di tre), Sant’Elia Fiume Rapido e Veroli ed in parte risalenti ai secoli XVIXIX. Quindi l’acqua fonte di progresso economico e sociale ma anche elemento legato alla religiosità preromana, romana e cristiana, un dato questo che nella Provincia di Frosinone non può essere trascurato. Appena due giorni fa, il 22 agosto, a Canneto in quel di Settefrati si è celebrata la festa della Madonna nera di Canneto, un tempo chiamata affettuosamente dai fedeli della Valle con l’epiteto di Zingarona – ricordando tale usanza probabilmente sarò accusato dai benpensanti di razzismo – per il colorito bruno del suo simulacro, per i gioielli e per le appariscenti collane di corallo scuro e, quindi, non lavorato che la adornavano. Il tempio cristiano, sottoposto a selvaggi interventi di ristrutturazione autorizzati dalle autorità preposte alla tutela del nostro patrimonio storico-artistico ed ambientale, sorge su di un’area di culto pagana probabilmente dedicata a Mefite, dea della fertilità legata al mondo animale ed a quello femminile. Sempre connesso ad una divinità legata al culto delle acque è il deposito votivo di Casino Pescarolo in quel di Casalvieri, individuato per la prima volta dal benemerito padre barnabita Michele Jacobelli e, successivamente, oggetto di ricerche di superficie condotte dal prof. Marcello Rizzello nell’ambito delle attività del Museo Civico della Media Valle del Liri di Sora, la cui nascita si deve all’attività del Centro di Studi Sorani “Vincenzo Patriarca” fondato e presieduto dal preside prof. Luigi Gulia ed all’azione di Antonio Alviani, nel 1979 assessore alla cultura del Comune di Sora. Sono qui tornati alla luce, in un’area un tempo sicuramente occupata da un piccolo bacino idrico caratterizzato forse da acque sulfuree, sia in seguito a ricognizioni di superficie che a sondaggi di scavo condotti dalla Soprintendenza Archeologica del Lazio nella pe quantità di ex voto. Molti di essi sono rappresentati da teste di uomini e donne assai stilizzate e filiformi, da animali da frammenti di ceramica a vernice nera e da monete di zecche romano-campane e della città di Phistelia finora nota esclusivamente da emissioni monetali, tutti databili tra il IV ed il II secolo a.C. Sono attestati anche materiali riferibili al VII-VI sec. a.C., fra i quali spiccano figure filiformi ritagliate da lamine metalliche riconducibili ad un santuario di una certa importanza, legato alla transumanza ed all’asse di penetrazione che dalla Valle Roveto, attraverso Sora, giunge fino a Cassino e, biforcandosi presso Atina, conduce verso l’Abruzzo ed il Molise rispettivamente nella Valle del Sangro ed in quella del Volturno. Legata ad uno specchio lacustre è anche la stipe della Mèfete a Castrocielo, nell’antico territorio di Aquinum che ha restituito tazzette, ollette in terracotta e bronzi miniaturistici all’VIII- VII sec. a.C. oggi conservati sia al Museo Archeologico Nazionale di Cassino che all’interessante Museo Civico di Aquino. Sia dalle ricognizioni di superficie che dai sondaggi di scavo sono emersi materiali assai significativi fra i quali vaghi di collana in ambra, grattatoi litici ed un frammento di bacino in marmo con iscrizione sinistrorsa in osco attestante Iuno Pupluna, divinità assimilata a Giunone Lucina. Il luogo di culto ha avuto nel tempo una durata assai lunga, arrivando fino al II sec. a.C. come documentano i numerosi ex voto di età repubblicana, i vasi in ceramica a vernice nera di probabile produzione locale, i pesi da telaio e le antefisse decorate con la Potnia Theron, la ben nota signora delle fiere. Ricordiamo poi come il culto legato alle acque sia ben presente nella nostra religione. In alcuni Santuari, quali quello della già citata Madonna di Canneto e della Santissima Trinità di Vallepietra, è ben attestata nel passato o sopravvive ancora oggi l’antica usanza del “comparatico” con la quale due o più persone, congiunti i loro mignoli e bagnatili nell’acqua, dopo aver recitato alcune preghiere, diventano cumpari o commari. Tale simbolico gesto favoriva, specie nel passato la formazione di una profonda amicizia umana e spirituale, dando vita ad una vicendevole solidarietà paragonabile a quella dei “compari d’anello”, particolarmente importante nei secoli scorsi, quando le persone non potevano contare su alcuna forma di tutela di carattere assistenziale particolarmente utile nell’età della vecchiaia. Numerosi documenti vescovili stigmatizzavano poi i comportamenti non consoni alla dura morale cattolica pre-Concilio Vaticano II vietando, ad esempio, alle giovani di mostrarsi in vesti alzate nei pressi dei corsi d’acqua limitrofi ai santuari […]. Finora ho sempre parlato di acque legate ai torrenti, ai fiumi, ai laghi ma non si può trascurare la benefica pioggia fondamentale e decisiva, nel passato, nelle varie produzioni agricole e, soprattutto, nella coltura del grano e del granone, più conosciuto come mais. Questo cereale, in caso di piogge regolari ed abbondanti, poteva garantire alle affamate masse rurali delle nostre zone anche tre raccolte all’anno oltre a quelle dei fagioli e delle zucche con esse o, in epoca successiva, sementate. Quest’ultimi godevano del fresco delle foglie del mais e dell’acqua piovana o, in casi particolari, proveniente dalle formette originate dal Liri o da torrenti aventi una certa portata anche nei torridi mesi estivi. Oltre alla protezione dai raggi del sole le piante di granone costituivano per i fagioli un solido sostegno vivo intorno al quale svilupparsi. E Veroli, ancora una volta con il suo grande patrimonio storico- artistico-demoantropologico, ci offre l’antico pellegrinaggio sul Monte Motola alla chiesetta di San Giacono Apostolo per impetrare l’arrivo della benefica pioggia. Per quanti volessero apprendere qualche notizia in più vi consiglio la lettura dell’appendice dal titolo “L’invocazione della pioggia. Testimonianze della processione a San Giacomo” edita alle pp. 53-59 del volume di Achille Lamesi, Veroli in Agro. Vi ricordo soltanto l’invocazione più frequente che si elevava nel sacro corteo e che i più anziani fra di voi, sicuramente, si ricorderanno: “San Giachemo mi, puzz’esse benedittu, fa chiov n’toccio”. A Ceccano, in caso di prolungata siccità, si portava in processione nelle campagne il simulacro ligneo della celebre Madonna del Fiume la cui primitiva chiesa va datata ad epoca precedente al 1113. Ma spesso, neppure le preghiere e le processioni con la statua del Patrono cittadino garantivano la caduta della salutare pioggia ed allora le quotazioni del Santo presso la Comunità crollavano come descritto nella bella poesia “San Lorenzo” scritta dal trebano Porfirio Grazioli, in campo nazionale affermato anche come poeta romanesco. San Lorenzo martire, sempre devotamente pregato e festeggiato a Trevi nel Lazio, in un’annata non fu in grado di mandare le necessarie piogge per avere un buon raccolto ed una buona vendemmia anzi sopraggiunse una terribile siccità. La festa, perciò, fu fatta in tono minore anche perché i festaroli non poterono raccogliere sulle are le gregne di grano da vendere, successivamente, per finanziare la festa. Arrabbiati con il Santo, invece di portare il simulacro sacro in trono per le vie cittadine addobbate con le variopinte luminarie, lo trasferirono “in cacatorio” e al buio. Un’ultima considerazione: se osserviamo gli stemmi dei 91 comuni costituenti la Provincia di Frosinone constatiamo come quello di Arpino presenti il Rio Vieto e le due torri di Civitavecchia e di Civita Falconara, Ceprano un ponte a tre arcate sul Liri sormontato da altrettante torri, Isola del Liri due gamberi di fiume, Fontana Liri un’inguardabile fontana con prorompente getto d’acqua e Posta Fibreno − Comune eretto solo nel 1957 − due pesci d’oro in banda uno sopra l’altro. Infine, per quanti vogliano approfondire l’argomento, qui solo brevemente sfiorato, consigliamo la bella pubblicazione L’acqua vero e unico mezzo della vita: elemento naturale temuto e controllato. Catalogo della mostra realizzata per la VI Settimana della Cultura (Quaderni dell’Archivio di Stato di Frosinone, 6), a cura di Viviana Fontana, Frosinone 2006. Il Catalogo, limitatamente a Veroli è consultabile presso la Biblioteca Comunale e presso la Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Casamari. Grazie per l’attenzione con la quale avete seguito questa chiacchierata.

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